IL TIPOGRAFO - u tepografe
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Mestieri e società

IL TIPOGRAFO - u tepografe

Rubrica "Mestieri e società" a cura di Michele Gismundo e Giuseppe Marrulli

Era davvero interessante vedere il tipografo compositore aprire i cassetti pieni di caratteri e mettere una lettera per volta nel compositoio e comporre le parole e le frasi e costruire quindi la 'forma' dei caratteri. La tipografia era un ambiente pieno di fascino, di colori, odori e rumori sordi e ritmici. Questi segni caratteristici erano colti da chi superava la porta per entrarci. Era un luogo in cui il 'pensiero' prendeva corpo e forma con l'ausilio operoso del tipografo mediante l'uso avveduto dei caratteri, degli inchiostri e delle macchine. Ogni cassettiera ha una famiglia di caratteri, ogni cassetto un corpo, e ogni casella ha una lettera, un segno. Ogni carattere, scomposto a lavoro finito, è utilizzato in un'altra composizione e per ciò è detto carattere mobile. Ciascun carattere tipografico alla singola sua estremità porta inciso al rovescio e in rilievo, livellato al micron, una lettera alfabetica e un qualsivoglia altro segno.

I caratteri hanno due possibili altezze: la 'francese' da 23,566 mm, la più usata, o la 'italiana' da 24,809 mm. I caratteri di piombo vanno dai corpi 6, o ½ riga, a 108 punti, o 9 righe, e di legno da 3, o 36 punti, a 50 righe. La forma di parallelepipedi quadrangolari, in piombo o di legno, riceve dalle mani del tipografo un velo di inchiostro e un foglio bianco sul quale 'riproduce' le proprie lettere e i propri segni con un procedimento così semplice ma, come il carattere, così ingegnoso quale la 'pressione' regolabile al millesimo di millimetro.

La piastra del torchio tipografico o il cilindro sul piano, infatti, realizzano la genialità dell'arte tipografica: la 'stampa'. La marginatura tipografica ha come unità di misura la riga tipografica da 12 'punti' di spessore/corpo, pari a 4,512 mm, e ha lunghezze diverse: da 4 righe fino alla lunghezza massima di 50 righe. Il 'punto' tipografico ha invece lo spessore simile a quello della 'punta' di un ago.
Nel rispetto della grammatica e sintassi, il tipografo dispone il composto nella forma accordando il corpo dei caratteri, i clichés, la marginatura mediante il calcolo matematico dei multipli della riga tipografica in pezzi da 1, 2, 4, 6, 8, 10 righe e dei suoi sottomultipli: ½ riga, e interlinee da 1, 2, 3 punti con lunghezze da 2 a 28 righe. Per la composizione e marginatura è essenziale la scelta della carta e degli inchiostri; questi assicurano lo 'stile' alle idee, ai fatti o al racconto della vita gravinese. Era, com'è, necessaria la sicura manualità pure nel tagliare in 'quarti' o in 'sedicesimi'… la carta, soprattutto, con la ruota a mano, e nell'usare la foratrice a pettine con la leva per forare i fogli e realizzare così i bollettari.
Ci si rigenerava nell'ideare e comporre, nello sporcarsi le mani d'inchiostro e, nel fluire dei ritmi, scoprire il quid creativo dei caratteri mobili di Johannes Gutenberg. Nelle tipografie c'erano la 'Boston' a leva da banco (telaio di stampa 17x25 cm) e la 'pedalina' (25x35 cm). Cos'era la 'pedalina'? Era una macchina tipografica che, diversamente dalla 'Boston' a leva, poteva andare a motore; agli inizi era il 'piede' del tipografo che pigiando il pedale spingeva il piano mobile porta-foglio a pressare il foglio sui caratteri, serrati in forma nel telaio sul piano verticale fisso e inchiostrati dai rulli che attingevano dal disco rotante l'inchiostro. Si stampavano fogli, buste, biglietti da visita, volantini, giornalini. Entrambe appartengono alle macchine da stampa dette "platine".

Era attraente vedere quei vecchi tipografi col camice nero o in maniche di camicia azionare la Boston o la pedalina oltre la vetrina delle stamperie. E altri intenti ai banconi a scomporre e comporre altre forme utilizzando corpi, disegni di caratteri e marginatura fra loro ben rapportati per dare armonia estetica alle composizioni.

La stampa tipografica esigeva allora tanta tecnica e amore. I manifesti in 'elefante' (70x100 cm), o in 'mezzo elefante' (50x70 cm) o in 'protocollo' (64x88 cm) richiedevano soprattutto i caratteri di legno. La forma composta di legno e in piombo, quindi ben stretta con le serrature tipografiche nel telaio di stampa, era inchiostrata a mano, se passava sotto il piano di pressa del torchio tipografico, o dai rulli inchiostratori, se passava nella macchina piano-cilindrica da 50x70 cm o da 70x100 cm. Già il torchio tipografico in legno dello stesso Johannes Gutenberg (XV sec.) stampava i giornali e i libri 'in folio', cioè «(stampa) su foglio (disteso)», con una sola piega per 4 facciate da 50x70 o da 44x64 cm; i 'quaternioni' o segnature, ognuno costituito da 4 fogli inseriti uno dentro l'altro con una piega per 8 carte o 16 facciate, formavano il libro antico; e i libri di formato ridotto, rispetto agli inizi, erano fatti con la 'foliazione': un foglio con 4 pieghe, segnatura in sedicesimo, per 32 facciate da 17x25 o 16x22 cm impaginate 'per folio' con un ben preciso ordine delle forme dei caratteri sul piano di stampa, al fine di ottenere la consequenzialità delle 32 pagine. Così in seguito pure con il torchio in ghisa. Nei secoli XIX e XX, prima si stampava con la macchina pianocilindrica a mano, poi con motore elettrico e puntatura a mano del foglio sul cilindro, infine con le automatiche.

Negli anni '80 a Gravina, nella tipografia entrò la linotype per la composizione meccanica a caldo, ottima per comporre giornali e libri. Le righe dei caratteri erano sempre in piombo nuovo. I caratteri mobili 'stanchi', invece, erano riportati a livello mediante 'taccheggio', striscioline di carta applicate con un filo di grasso sotto i caratteri con il rilievo delle incisioni appena usurato. In sintesi, con la Boston o con la pedalina, o con la pianocilindrica, in cui il foglio è pressato sui caratteri inchiostrati sul piano porta forma con la rotazione del cilindro, la stampa tipografica è stampa diretta: infatti, il 'tipo' da rovescio diventa, a stampa avvenuta, dritto sul foglio.

Intanto le nuove tecniche tipografiche galoppavano. Ed ecco arrivare il procedimento di stampa offset, con colori brillanti e finezza dei dettagli, immagini e caratteri di eccezionale nitidezza, alta produttività e costi più contenuti, non esclusa una ampia scelta di carte e materiali. Insomma, un mondo davvero nuovo e rivoluzionario che offriva ottimi risultati in tempi da record.
Il procedimento off-set era ed è così concepito: dal fotocomposto o dallo stampato, in camera oscura, si ottiene il negativo che, 'pulito', dà il positivo. Questo, nel bromografo, impressiona la lastra su cui è montato. Il tampone con l'acido sviluppa la lastra. Così sviluppata ha parti idrofile, come spaziatura e marginatura, le quali non danno stampa perché assumono solo acqua dai rulli bagnatori, e parti lipofile, come immagini o/e parole, le quali invece trattengono solo l'inchiostro dai rulli inchiostratori e realizzano così la stampa offset. Il testo e il figurato impressi dritti sulla lastra fissata sul primo cilindro e inchiostrati s'imprimono per rotazione, ovviamente, al rovescio sul caucciù tenuto dal secondo cilindro, il quale sempre per rotazione li 'trasferisce' stampandoli nuovamente dritti sul foglio portato dal terzo cilindro di pressione, la cui maestra è in metallo.
In sintesi, la stampa litografica è stampa indiretta: la lastra fissata sul primo cilindro, quindi, non tocca mai il foglio che è sul terzo cilindro. Ciò è detto in gergo "non incontro". Off-set vuol dire «trasporto, riporto» svolto dal caucciù.

Il 'tipografo/litografo' del nostro racconto è figlio d'arte, ha insegnato per quaranta anni nella scuola elementare 'San Giovanni Bosco' e ha composto poesie in dialetto che rivelano il suo interesse per la città d'origine e per la umana ed esistenziale dimensione. Ha serbato per i suoi figli quei componimenti così ricchi di spleen che meriterebbero di essere pubblicati in volume.
Francesco da insegnante e nell'attività di famiglia ha dato modo a molti alunni delle sue classi e delle altre di Gravina di poter apprezzare in concreto l'arte tipografica, la sua storia, le fasi di stampa e la conoscenza pratica del sistema metrico tipografico 'Didot' (XVIII sec.) e della lingua italiana, per far sì che quanto era stato oggetto della loro attenzione a scuola restasse nelle loro menti con l'osservazione diretta del lavoro del tipografo.
Francesco Gurrado, un nome e un marchio, ha lasciato un'impronta che il tempo difficilmente cancellerà. È coniugato con l'insegnante Pina Morlino, figlia di Maria Martulli nota sarta gravinese e chiamata comunemente 'Mariètte la Tamurêne' per l'origine altamurana della nonna. Hanno avuto due figli - Angela e Antonio - la prima è chirurgo al Policlinico e docente di chirurgia generale presso la Università degli Studi di Bari, e il secondo è laureato in giurisprudenza e abilitato alla professione forense e titolare di una libreria indipendente nei locali dove era stata ubicata la Tipografia Gurrado.
Fu Antonio (1909 – 1957), papà di Francesco, ad acquistare la tipografia da Luca Attolini, con il quale aveva lavorato apprendendo l'arte grafica. Per questo, Antonio sentiva un debito così forte di riconoscenza nei confronti del suo maestro tanto da firmare un contratto oneroso, per il prezzo concordato e per la clausola di condivisione degli introiti vita natural durante, e tanto infine da ospitarlo nella propria cappella funeraria.

La premiata tipografia Luca Attolini e, poi, Gurrado lavoravano con tecnica e fantasia. Il fondatore Antonio è stato pure tipografo pubblicitario nel Periodico di Libia, terra definita da Mussolini "La Quarta Sponda dell'Italia". Là insegnava il fratello Peppino, capitano e maestro elementare, in seguito di chiara fama a Gravina. La tipografia, quando fu acquistata nei primi anni trenta, si trovava in un locale comunale vicino alla torre dell'orologio, nell'attuale Viale Orsini. Fu trasferita, poi, in un locale del palazzo dell'allora podestà di Gravina dott. Vincenzo Tota, in Piazza Giuseppe Pellicciari.
Durante la seconda guerra mondiale, Antonio Gurrado - il tipografo fondatore - fu richiamato alle armi e assegnato alla tipografia del Corpo d'Armata di Bari. Intanto i canadesi, tra le nuove forze alleate, requisivano la tipografia per le necessità di stampa militare ma quando terminavano i loro impegni giornalieri davano la possibilità di svolgere i lavori tipografici d'ordine privato. Nel 1950 la tipografia fu infine ubicata di nuovo in Viale Orsini, ma ai nn. 85/87, presso lo stabile edificato da Antonio Gurrado in cui la famiglia si era stabilita.

Con la perdita del padre e quindi da piccolo Francesco Gurrado aiutò la mamma Angela Brunetti (1920 - 2000) che doveva sostituire prima le macchine obsolete e inattive con attrezzature più attuali. Insieme ai tecnici, infatti, e poi con il tipografo Salvatore Candeliere e fino al 1997, anno di cessazione dell'attività, Francesco non difettò nel dare il suo contributo durante i tempi degli aggiornamenti tecnologici della tipografia di famiglia. Le tipografiche e litografiche quindi allora utilizzate, dalla platina, o 'stella' (25x35 cm), alle due piano cilindriche di diverso formato e all'offset, tutte Heidelberg, come pure la macchina tagliacarte anch'essa di fabbricazione tedesca, erano tutte automatiche e il top della precisione, rapidità e sicurezza. Avevano un peso fra i 5 e i 55 quintali e, per ideazione e solidità elettromeccanica, richiedevano solo l'ordinaria manutenzione: olio e grasso. Si stampavano e allestivano giornali, libri, pubblicitari, stampati commerciali, manifesti.
La tipografia Gurrado rispondeva alle esigenze della clientela: privata, istituzioni, professionisti e artigiani, gente di cultura e persone comuni. C'era chi richiedeva libri, manifesti; chi giornali o fogli locali, quadricromie. La Fondazione Santomasi, oltre agli stampati gestionali, dava alle stampe i 'Quaderni' tematici; la Banca Cooperativa Agraria, dal 1883, poi Banca Popolare della Murgia, oggi Banca Popolare di Puglia e Basilicata, stampava il necessario al suo funzionamento. Vi si rivolgevano i Comitati per la stampa a due colori dei larghi e lunghi manifesti (100/70x4) per le feste patronali, agli inizi stampati con il torchio; i partiti politici nelle campagne elettorali e la formazione che solitamente era eletta per amministrare la città: l'alleanza di sinistra. Non mancavano i democristiani, i cui ideali politici e religiosi erano i più diffusi tra le classi sociali. Il sentito antagonismo tra gli schieramenti partitici faceva scoccare di tanto in tanto qualche scintilla o dava luogo ad alcune intemperanze. A volte erano pure 'montati' pubblici discrediti.

Sul piano culturale il tipografo assumeva il ruolo di divulgatore in ambito cittadino anche delle opere teatrali e cinematografiche in programmazione al Cinema Centrone, al Cinema-Teatro Mastrogiacomo e, in seguito, anche al Cinema Sidion, con la stampa di locandine e avvisi al pubblico. Tutto ciò in un'epoca in cui, a Gravina, Teatro e Cinema erano in piena attività ed erano la espressione più popolare del modo di fare cultura.
Dalla attività si ricavava un reddito dignitoso, in quanto si trattava di un lavoro di qualità; i tipografi ricevevano una retribuzione di poco superiore a quella stabilita dagli accordi sindacali di categoria per la fidelizzazione voluta dalla titolare. Non mancavano aggiornamenti con la Cgil o le altre sigle di categoria di Bari. Si diceva che la Stampa costituiva il quarto potere in uno Stato. Ciò richiedeva che anche il 'tipografo' avesse uno standard di conoscenze e che fosse in grado di gestire al meglio la lingua italiana e le tecniche grafiche; non doveva, pertanto, essere un 'imbrattatore di carte'.

Nel Museo della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi sono custodite molte copie dei giornali stampati a fine '800 con il Torchio artistico nella Tipografia Municipale con Janora; poi Attolini e, quindi, Gurrado. Ad impresa tipografica cessata, la Famiglia Francesco Gurrado concede alla Fondazione Pomarici Santomasi, per la municipalità gravinese, il Torchio artistico su zampe di leone, 'Norberto Arbizzoni - Meccanico in Monza', con telaio sul piano di stampa da 64x81 cm, i caratteri mobili in piombo e in legno, attrezzature e mobilio, tutti di fine '800, affinché potesse essere rivissuto il 'fascino' della antica stamperia. Però, il Torchio artistico è abbandonato in un angolo sotto il colonnato interno del vecchio Seminario Vescovile nei pressi della Cattedrale dopo esser stato nell'ex Convento San Sebastiano dove pare stia il corredo dei caratteri fuori delle cassettiere. Così si sono vanificate le azioni del defunto presidente prof. Mario Terlizzi. E nulla più è stato fatto. Con il Torchio artistico, infatti, rimangono negletti i 'suoi' giornali con le idee, le dispute, i dibattiti dallo stesso divulgati dalla fine del 1800 ai primi anni del '900.

Come prima ricordato, Francesco è stato anche lui insegnante. Per le due attraenti attività poco tempo poteva dedicare allo sviluppo della poesia o delle opere di divulgazione. I diversi impegni, in effetti, non permisero la pubblicazione della sua raccolta di poesie in dialetto sebbene fosse completa di prefazione già dal 1988. Le poesie annotate prima su fogli residui sono state poi battute con la gloriosa macchina per scrivere e soltanto nel 2010 sono state memorizzate nel computer. Francesco usando i suoi attuali 'mezzi' di stampa e la tecnica del 'in folio', con una sola piega al foglio 21x29,5 cm, ha così ottenuto 4 facciate da 14,75x21 cm. Poi, per un solo libro, con un ben preciso ordine ha impaginato il fotocomposto in 74 fogli da 21x29,5 cm. I fogli stampati sono stati intercalati uno dentro l'altro e piegati in 17 quinterni da 16 pagine e in uno da 24 pagine, per 296 pagine, dopo cuciti tra loro. Ripetendo l'operazione, ha così rilegato 2 copie della raccolta di poesie in dialetto con la traduzione a fronte, 'Vambugghie de lune', per i suoi due figli.
Il suo amore per la poesia in dialetto, in specie, è nato quando frequentava la Filodrammatica "Goldoni" di Gravina e il medico Donato Marvulli (1905 – 1972) rientrato infermo da quel di Potenza, del quale leggeva in teatro gli intensi versi in dialetto. Dalla scuola media fino al servizio militare di leva, insieme al medico Marvulli, hanno inciso sulla sua formazione, fra gli altri, uomini di valore morale e culturale come i monsignori prof. don Domenico Parrulli, già vicario del Vescovo Fra Giovanni Maria Sanna dagli anni '20, e prof. don Raffaele Cramarossa, vicario a partire dal Vescovo Aldo Forzoni dagli anni '50.
Francesco Gurrado, prima tipografo, poi maestro elementare e quindi poeta, realizzando i colloqui avuti con le diverse personalità di cultura sentì in lui sempre più segnata la coscienza circa i modi più utili per aumentare il sapere e circa il metodo della ricerca per conferire autorevolezza alle proprie elaborazioni. Con questi criteri e con spirito filologico, nel senso di amore della parola, Francesco ha condotto la redazione delle derivazioni dei termini in dialetto gravinese per la stesura, in fase di ultimazione, del glossario dei termini utilizzati nella sua raccolta di poesie, e degli altri, indagati fin nelle profondità delle lingue greca antica e latina sopra tutte le altre.

Fonte:
Libro di Michele Gismundo - Giuseppe Marrulli, MESTIERI E SOCIETA' nel Novecento a Gravina in Puglia, ed. Algramà, Matera 2023. Immagine da sito web senza diritti di copyright.
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