torre di Belmonte
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Passeggiando con la storia

Torre di Belmonte Castrum Belli Montis

Rubrica “Passeggiando con la storia” a cura di Giuseppe Massari

Sorgeva in un tempo lontano, un antico villaggio ai confini del bosco comunale, a pochi chilometri dell'attuale Gravina. Un piccolo borgo rurale con annessa chiesa e torre campanaria. Si racconta di un continuo litigio tra le popolazioni di Belmonte e i terrazzani gravinesi, per il quale neanche un decreto del Re Carlo D'Angio serví a tranquillizzare l'animo irrequieto dei terrazzani gravinesi. Da li in poi si ebbero numerose battaglie, forse per questo il villaggio prese la denominazione "BELLI MONTIS", cioè , monte della guerra e della discordia. Dalla seconda metà del 1400, il borgo risulta già essere disabitato forse a causa delle invasioni dei gravinesi o per una successione di assestamenti di terremoto. Solo la chiesa con annessa torre campanaria rimase in piedi fino all' ultimo assestamento, dal 1788 in poi, crollò lasciando solo il rudere della torre campanaria con aspetti di torre fortilizia a forma quadrata, riconoscendo al feudo il titolo di "CASTRUM".

Domenico Nardone, noto storico gravinese, pubblicò, nel 1935, "Il rudere di Belmonte di Gravina in Puglia", che egli riteneva parte di un eremo del basso Medioevo occupato, forse, da qualche anacoreta benedettino. Per queste notizie partì da un documento del 1084. Per brevità, ho scelto di riportare il testo pubblicato all'interno delle sue notizie storiche sulla nostra città.
"A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Gravina e al limite dell'odierno bosco comunale, andando dal tratturo Chimienti, esisteva in quest'epoca una chiesa con un fiorente villaggio rurale, a ridosso di una collina aspra e rocciosa. Coeva di quella di S. Angelo del Frassineto, era anche essa di origine benedettina ed era intitolata a S. Donato della Selva, per la sua vicinanza al bosco comunale allora chiamato "Selva".

Il più antico documento a noi pervenuto circa questa chiesa porta la data del gennaio 1084. Esso contiene il succitato privilegio dell'arcivescovo Arnaldo di Acerenza a favore dell'Abate di S. Lorenzo di Aversa, ma in esso non si fa alcun accenno all'antistante villaggio che pure esisteva. Però, in un documento della seconda metà del XII secolo, mentre la chiesa con le sue adiacenze e pertinenze appare sotto la diretta giurisdizione dell'abate di Aversa, il villaggio e suo relativo territorio viene riportato come feudo a se sotto il nome di "Castrum belli montis". Posseduto in quest'epoca da un tal Guglielmo de Garreis, suffeudatario del conte di Gravina Gilberto dell'Aigle, era tassato in caso di guerra per quattro militi, portati poi a 14, e otto inservienti. In una nota di epoca successiva, riportata nel Ragguaglio "per la università ed uomini di Gravina", è detto che nel 1274 era signore di questo piccolo feudo un tal Lodovico De Medioblandi.

Stando, poi al Beatillo (Storia di Bari) parrebbe che al De Medioblandi fossero succeduti nel possesso i fratelli Nicola e Matteo Effrem di Bari (1276). Un documento del 16 novembre 1307, contenuto nei Registri Angioini ci fa intravedere il suo avvenuto passaggio al R. Demanio, per cui re Carlo d'Angiò lo concedeva sotto questa data ad un certo milite Oddone Rapa, precettore dei suoi figli minorenni Giovanni e Pietro, in complemento di once quaranta d'oro dovute per suo stipendio. Comunque, nella seconda metà del XIV secolo il feudo appare ancora abitato ed in piena efficienza, come si rileva da un documento del 1° gennaio 1362 riguardante una vertenza avvenuta tra l'abate Ugone del monastero di S. Lorenzo di Aversa e il Vescovo di Gravina, allora Mons. Giovanni di Gallinaria.

Un documento del 1488 del Re Ferdinando I d'Aragona riporta tale feudo tra i beni del Duca di Gravina Francesco di Raimondo Orsini, ma col villaggio già diruto e disabitato. Il Beatillo lo dice distrutto ad opera dei Gravinesi per le continue ed impertinenti devastazioni compiute da quei terrazzani a loro danno; ma noi, tenendo presente i danni arrecati dal terremoto del 1456, riferiamo a questo accidente la sua completa rovina, tanto più che la stessa Chiesa, dopo quest'epoca, appare gravemente danneggiata e poi riparata e riconsacrata sotto il nuovo titolo di S. Maria di Belmonte e sotto la giurisdizione dei vescovi di Gravina (Archivio Vescovile).

Abbandonato il diruto villaggio, ma restaurata la chiesa, questa continuò a rimanere aperta al culto dei coloni fino al 1788. Dopo questa data, danneggiata nuovamente e gravemente da altre scosse di terremoto, abbandonata e priva delle necessarie urgenti riparazioni, crollò fino alle fondamenta, sicché oggi non rimane sul posto che un rudere attribuito al suo campanile, che, a giudicare da quello che ne resta dovette avere i caratteri di una torre fortilizia a forma quadrata, il che dava al feudo l'aspetto e giustificava il titolo di Castrum». Fin qui il Nardone. Sulla esistenza della chiesa, prima del definitivo crollo, ce ne dà, come al solito, una dettagliata descrizione il cardinale frà Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, il 17 febbraio del 1714, in occasione della sua Visita Apostolica, effettuata nella nostra città, da gennaio a giugno.

"E' questa Chiesa campestre situata sopra una erta collina, lontana dalla Città 3 miglia; la sua lunghezza è di palmi 41 ½, la larghezza di palmi 20. Il tetto di tavole, sostenute da due incavallature all'antica, detta a forbice. I muri laterali divisi in 6 nicchi, 3 per parte, 4 de' quali sono malamente,
e senza inzeppatura fra il vecchio, ed il nuovo murati: Vi è una sola finestra nella facciata colla sua vetriata. Il pavimento è parte di mattoni, e parte di lastrico tutto sfossato: I 3 gradi, che lo dividono, son composti di pietre rozze, ineguali, ed in felicissimamente connesse. Ha un unico Altare. Sopra il muro dell'Altare è un piccolo campani letto a mitra, con una campanella di sette rotali. Dietro lo Altare è una camara con un corridoretto per lo romito, ma da capopiè bisognosa di riparazione. Si dee la medesima Chiesa mantenere dal Seminario, che ne percepisce le rendite in terraggi di grano, ed altri marzatelli".
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