passeggiando con la storia 020120
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Passeggiando con la storia

Reperti archeologici della Collezione Pomarici Santomasi raccontano di antichi bambini

Rubrica “passeggiando con la storia” di Giuseppe Massari

La gran parte dei riferimenti storici sono stati tratti da un saggio della professoressa Marina Castoldi, inserito all'interno della pubblicazione di Giuseppe Schinco: Iune, monde la lune. Analisi comparata dei giochi prima del computer a Gravina e Poggiorsini, curato dal Centro Ricerche di Storia Religiosa in Puglia – Centro Studi della Civiltà Rurale Gravina, edito da Grafischena nel 2016. Nel contesto ancora vivo delle feste natalizie, ho ritenuto illustrare alcuni elementi di cultura infantile, tra giochi, divertimenti, credenze e feticci, in uso nelle civiltà antiche: greche e romane.

La bambola ad arti mobili della collezione Pomarici (fig. 1) rientra nella tipologia tecnico-stilistica corinzia, caratterizzata da dimensioni modeste, da tre tenoni per l'applicazione delle gambe, dalle forme anatomiche appena abbozzate coperte da una corta tunica. Il tipo in esame, per via dell'acconciatura a bande compatte sulla fronte e dell'alto polos, può datarsi nei decenni centrali del v secolo a.C. Le braccia e la gamba destra, non originali, sono state aggiunte in legno, probabilmente ad imitazione di quelle antiche, dal momento che nella mano destra la kórē impugna i crotali, strumenti musicali a percussione simili alle nostre nacchere, costituiti da due tavolette rettangolari con le estremità rastremate, tenute insieme da una coreggia che le assicurava al polso, che venivano percosse ritmicamente l'una contro l'altra.

Il nome con il quale era designata nell'antica Grecia la bambola, kórē, significa però anche «adolescente, ragazza da marito» e, come è stato notato, le bambole greche giunte fino a noi hanno in genere l'aspetto della fanciulla, più che della bimba, come l'esemplare della collezione Pomarici.
È stata attribuita una valenza rituale strettamente connessa alle sepolture infantili anche al cd baby-feeder, il vaso a poppatoio, caratterizzato dal beccuccio tubulare privo di labbro, a orlo liscio, funzionale alla suzione. nella Collezione Pomarici sono conservati tre esemplari a vernice nera, con pareti baccellate, databili tra IV e III secolo a.C. Il più antico è quello con imboccatura a filtro, collo largo e corpo globulare compresso (Fig. 2); esemplari analoghi sono attestati sia in ambito greco, sia in ambito italico nei decenni centrali del IV secolo a.C. Può essere interessante segnalare che le analisi chimiche dei residui rinvenuti all'interno di alcuni di questi poppatoi hanno dimostrato che non contenevano solo latte, ma una miscela di miele e vino che poteva avere la funzione di lenire le coliche, o i dolori per la dentizione.

Il maialino in terracotta è un altro dei cd 'indicatori infantili' (Fig. 5): emblematica la tomba 685 di Lavello/Forentum, della seconda metà del IV secolo a.C., dal corredo composto da un'anforetta, una statuetta di gallo e ben undici statuette di maialini. L'oggetto era realizzato tramite due matrici, una per lato, che riproducevano, in negativo, le fattezze dell'animale; in ciascuna matrice veniva pressato un foglio d'argilla dal quale si ricavavano i positivi delle due parti, che permettevano di realizzare un pezzo a tuttotondo internamente cavo; il fatto che nell'esemplare Pomarici il ventre dell'animale sia stato chiuso da una sottile parete d'argilla, fa pensare che si tratti di un tintinnabulum, vale a dire di un sonaglietto. Prima di chiudere e sigillare l'oggetto si poneva infatti all'interno una pietruzza che produceva il caratteristico tintinnio, vivace e rassicurante. Oggetti come questi, nel mondo greco, erano deposti prevalentemente nelle tombe infantili maschili, come documentano, nel IV secolo a.C., molti corredi di Taranto e di Eraclea. L'offerta del maialino era verosimilmente riconducibile al culto di Demetra, la dea thesmophoros, protettrice delle norme che regolano la famiglia e il viver civile, nel quale rientrava l'offerta cruenta dell'animale.
Anche la piccola tartaruga doveva appartenere ad un corredo di bambino (Fig. 6). L'oggetto era posto, con altre terrecotte-giocattolo (un maialino e un ariete) e con astragali, all'esterno del sarcofago del piccolo inumato, insieme ad un ricco corredo di vasi potori miniaturistici che evocano i riti giocosi del simposio – la condivisione del vino tra maschi adulti, con musica e canti – dai quali il bimbo è stato escluso per sempre.
La scelta della tartaruga, che ci piacerebbe pensare dettata dalla pietas dei genitori, che dedicano al figlio uno dei suoi giochi preferiti, è anche legata alla natura ctonia dell'animale, accompagnatore delle anime dei defunti e quindi particolarmente presente nei contesti funerari.

Rientra tra gli 'indicatori infantili' anche la statuetta che raffigura un piccolo erote, riconoscibile dalle forme paffute del corpo e dalle alucce spiegate, seduto su un grosso galletto (Fig. 7). Il tipo del bambino o dell'erote, seduto o a cavalcioni di un animale, è un soggetto che gode di molta popolarità a Taranto e nel mondo apulo, sia in ambito votivo, sia in quello funerario, dove è stato collegato al viaggio ultraterreno. La figura di Eros, tra le più frequenti sui vasi apuli, è in ambito greco simbolo dell'energia vitale che muove il mondo, dio di tutti gli inizi, dispensatore di vita e quindi vittorioso sulla morte; la sua presenza nel corredo funebre può essere augurio di
una nuova vita.

(Le foto sono state riprese dal citato testo di Schinco)
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