Passeggiando con la storia- paramenti papa Benedetto XIII
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Passeggiando con la storia

Relazione sul restauro conservativo del parato di Papa Benedetto XIII

Rubrica “Passeggiando con la storia” a cura di Giuseppe Massari

La relazione, dopo il restauro, è stata redatta, il 7 novembre del 1988, dalle monache dell'Abbazia S. Maria di Rosano di Pontassieve, in provincia di Firenze, "Il parato del papa Benedetto XIII (1724 – 1730), che si trova attualmente presso la Cattedrale di Gravina di Puglia, è composto di: 1 Pianeta, 1 Dalmatica, 2 Piviali, 2 Tonacelle, 2 Veli omerali, Stole e manipoli corrispondenti, 2 Veli dell'ostensorio, 1 Velo del leggio, 1 Mitria, 1 Faldistorio, Calze, scarpe, guanti. Tale parato, come risulta da documenti dell'epoca, fu usato da Benedetto XIII nel 1726 per la canonizzazione di S. Luigi Gonzaga. L'imponente mole di lavoro che dovette richiedere questo parato, fregiato dello stemma degli Orsini, originari di Gravina di Puglia, e quindi preparato proprio per questo Pontefice, fa escludere l'ipotesi che la confezione del parato stesso sia stata affidata ad una piccola impresa o a un Monastero (cosa ormai possibile, dato che l'arte del ricamo nel 700 si svincolò, in certo qual modo, dalle "botteghe artigiane" per assumere pian piano il carattere di piccola impresa libera). Infatti la canonizzazione di S. Luigi Gonzaga avvenne dopo due soli anni dall'elezione a Pontefice di Benedetto XIII.

E' quindi molto probabile che tale lavoro sia stato commissionato a uno dei centri di ricamo italiani o, eventualmente francesi. Può essere interessante ricordare qui i grandi centri italiani che fino al 300 si affermarono per perizia e organizzazione: 1) Quello del Piemonte, che certamente risentiva dello stile francese. Nella provincia il ricamo ecclesiastico si affermava ancor più che nella stessa Torino, centro attivissimo di ricami non religiosi. 2) Quello fiorentino così famoso che si parlava addirittura dell'"opus florentinum" non inferiore all'"opus francigenum et romanum" (cfr. M. Salmi 1973 pag. 93). 3) . A Napoli poi i ricamatori, dato il loro numero elevato, avevano un regolamento migliore degli orafi stessi. Il parato di Benedetto XIII quindi sarà stato quasi certamente affidato a uno dei grandi centri di ricamo in un'epoca in cui era difficile sottrarsi all'influsso del barocco. Per esso venne usato il "Gros de Tour" (teletta nel linguaggio comune), che era quanto di più raffinato si potesse trovare tra i tessuti per paramenti sacri. Un trattato del XV sec. sull'arte della seta in Firenze, pubblicato per la prima volta dall'editore Barbera nel 1868, così descrive la tecnica della sua tessitura: "La Teletta ha l'ordito doppio e 'l ripieno di seta e di metallo. Da ritta figura l'oro o l'argento, da rovescio la tela, che è come un moerre. Si chiama anche tocca e si rimette in quattro licci facendone levare uno per volta alla calata della lama e due a quella della trama". La "Teletta" è tessuta in 50 cm. di altezza. La decorazione del parato, come si è detto, non si è sottratta all'influsso del barocco, che di fatto però appare chiarissimo solo nello stemma degli Orsini. In esso si ritrovano tutte le caratteristiche che la parola "barocco" ha nel linguaggio comune, prima fra tutte la pesantezza di linee resa ancor più evidente dalla eleganza e leggerezza del disegno che orna tutto il parato. Benchè la caratteristica del barocco, del bel barocco,, si esprima nelle linee curve e nelle volute, in questo parato si esprime soprattutto nella ricchezza del disegno e nella profusione degli ornamenti, che del resto sono un'altra caratteristica di questo stile. Il gusto del committente e la perizia degli artisti hanno voluto e realizzato per Benedetto XIII quanto di più bello poteva dare l'arte del tempo unita al gusto del classico, per cui ci troviamo di fronte a un'opera bella perennemente.

Caratteristico a questo proposito il disegno del velo dell'ostensorio, che mostra un equilibrio perfetto fra il tratto geometrico e l'eleganza delle volute. Anche nel limitato spazio delle calze si ritrova evidenziata al massimo la leggerezza e l'eleganza dell'ornato, che spazia libero su tutta la superficie, senza lasciar posto al rimpianto di un mancato bordo di finizione. Degno di nota è il disegno a china che si ritrova su tutti i pezzi del parato, per il quale l'artista avrà certamente incontrato non lievi difficoltà, data la superfice ruvida e ondulata del tessuto. Quanto al ricamo, chi l'ha eseguito aveva coscienza di trovarsi di fronte a un disegno bello e classico, per cui l'ago doveva seguirlo preoccupato solo di metterne in rilievo la bellezza e l'eleganza. Non si trovano perciò né colore né fantasia di punti, ma il filo di seta si nasconde sotto la lamina d'oro, dentro poca canutiglia, dentro il cordonetto o appare timido sul filato oro riccio o liscio con punti magistrali non troppo frequenti e alternati. A questo parato, a più di 250 anni di distanza dalla sua confezione, è stato fatto un restauro conservativo. Anche se il processo di deterioramento del tessuto e del metallo non avesse raggiunto lo stato attuale, un riporto del ricamo su nuovo tessuto non sarebbe stato possibile data la minuziosità del disegno. La situazione del parato era inoltre aggravata dagli innumerevoli rammendi apportati ai singoli pezzi nel corso di due secoli circa, soprattutto nei piviali e nella dalmatica. Come supporto dei rammendi fatti sono stati usati di volta in volta stoffe di diverso spessore.

L'ultimo strato era costituito dalla fodera originale dell'intero parato, che si presentava rovinata solo in parte. Si crede di poter affermare che si tratti della fodera originale dal taglio dei vari pezzi ritrovati. Ciò è soprattutto evidente nel dietro della pianeta, nelle stole e nei manipoli. Tale fodera era di "ermesino" di pura seta. Con uguale tipo di stoffa, tessuta a Firenze dall'"Antico Setificio Fiorentino", è stato rifoderato il parato. I rammendi non sono stati rimossi per evitare irreparabili lacerazioni del tessuto. Sono invece stati tolti i vari strati di supporto affinchè un adesivo applicato a caldo potesse bloccare il processo deterioramento. Al piviale dell'Arcidiacono assistente, in uno dei tanti interventi di restauro "domestico", è stato tolto completamente il bordo esterno dello stolone (forse perché ritenuto troppo rovinato) ed è stato sostituito con un pizzo oro, attualmente ridotto a brandelli.

Trattandosi di un restauro conservativo, si è ritenuto opportuno rilevare la mancanza del bordo originale con una documentazione fotografica e quindi sostituire la parte asportata con un bordo di seta giallo-oro. Le tonacelle del diacono e del suddiacono, hanno subito, forse all'inizio del XX sec., un riporto di ricamo su teletta d'argento. Il lavoro è stato eseguito con cura, ma purtroppo queste due tonacelle, a causa dell'appesantimento del ricamo e della qualità scadente del tessuto usato, risultano molto diverse dagli altri pezzi del parato. Inoltre esse, probabilmente, a causa della loro conservazione in luogo umido, presentano grosse gore che non è stato possibile eliminare. Il faldistorio, bellissimo nella completezza del disegno, è corredato di due cuscini che presentano particolarità degne di rilievo. Sulla parte posteriore i cuscini hanno come fodera una pelle, presumibilmente di montone conciata al vegetale, che presenta una decorazione risultante da un contrasto cromatico che, osservando il rovescio della pelle, si può supporre dovuto all'impressione a caldo di un ferro decorativo. Le parti scure sarebbero dovute al al calore del ferro da impressione. Con l'attuale restauro, la pelle del cuscino inferiore è stata rimossa ed è stata sostituita con tessuto a mano di canapa e lino.

Tale pelle è stata poi montata su una superficie rigida, perché possa essere oggetto dell'interesse che merita. Il ripieno dei cuscini è di lana di pecora e crine di cavallo. Per evitare la deformazione degli angoli erano state poste in essi delle palle di canapa e lino, legate con refe di tessitura. Il velo omerale, che si presenta in condizioni veramente precarie, ha già subito un riporto su stoffa completamente diversa da quella dell'intero parato. Dalla custodia della mitria sono stati rimossi i vari biglietti ferroviari e indirizzi che erano stati applicati direttamente sulla pelle e che hanno provocato macchie di colore. Sono stati inoltre rimossi, tagliati a mano da lamella di rame, i due piccoli ganci laterali, che hanno ridato alla custodia la sicurezza di una chiusura stabile".

TRATTAMENTO FATTO ALL'INTERO PARATO
"Ogni singolo pezzo è stato completamente scucito e disfatto. Sono stati rimossi i supporti dei rammendi, quindi tutte le parti sono state pulite con alcool denaturato e poi sono rimaste per alcuni giorni sotto l'azione di uno strato di bicarbonato. A parte sono stati ripuliti galloni, fiocchi, frange e pizzi di finizione. Questi ultimi sono stati restaurati con un lavoro molto paziente. I rammendi e i restauri sono stati eseguiti sulla stoffa tesa in telaio da ricamo, dopo che era stato bloccato lo sfaldamento del tessuto con una tela adesiva applicata a caldo.
Ai pezzi che potevano tollerare una maggiore rigidità sono stati applicati due strati di tela adesiva. Il tutto è stato poi rifoderato e i singoli pezzi sono riapparsi non nel loro primitivo splendore, ma adorni della bellezza e del fascino che il tempo posa sulle cose. Niente di nuovo è stato fatto; tutto è stato rispettato. La gloria resta a coloro che ci hanno preceduti. A noi la gioia di aver posato i passi sulle orme di chi ebbe tanto amore per il bello. Vogliamo sperare che tale amore abbia condotto loro e conduca noi alla visione della bellezza eterna che è Dio".
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  • Giuseppe Massari
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