passeggiando con la storia- i Balloni di San michele
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Passeggiando con la storia

I “Balloni” di San Michele

Rubrica “Passeggiando con la storia” a cura di Giuseppe Massari

In prossimità dell'8 maggio, giorno dedicato a quella che sarebbe stata l'annuale e tradizionale festa di San Michele delle grotte, ormai, purtroppo, è per il secondo anno consecutivo che l'evento non si celebrerà, non solo causa l'attuale pandemia, ma, anche, per la presenza di pericoli all'incolumità fisica, stante il crollo di alcune parti della massa rocciosa che costituisce la struttura architettonica della chiesa rupestre, noi, comunque, vogliamo tenere viva e desta la memoria e la tradizione trattenendoci sull'aspetto caratteristico, forse inusuale nel contesto delle feste popolari o rionali pugliesi, ovvero gli addobbi, chiamati e conosciuti come ballune, predisposti lungo il quartiere di Fondovito.

La descrizione di questi drappeggi colorati, multicolori, l'abbiamo estratta dalla pubblicazione di Tobia Granieri: "San Michele delle Grotte. I "Balloni" e la "Canzone" di San Michele a Gravina tra storia e leggenda", Eurografica di Michele Cataldi, Gravina 2002. "Una coperta o un copriletto di seta o velluto o in stoffa damascata con frange e ricami arricciato a forma di farfalla, al cui centro è collocato un fiocco, steso da un balcone all'altro. A questo paramento vengono appesi fazzoletti, sciarpe di seta, ornamenti femminili per vario uso e biancheria intima femminile. Un altro tipo di ballone consiste in un drappo colorato legato ai quattro angoli in quattro cocche e tirato da quattro corde tra 2 balconi, in modo da formare un baldacchino. Si fa a gara per creare il ballone più ricco di colori e più pregiato. Le famiglie, che abitano a piano terra spalancano, sempre secondo un'antica e popolana tradizione, le porte di casa, invitando i passanti ad ammirare l'arredamento della camera matrimoniale. Sul letto sono esposti in bella vista i capi di corredo delle fanciulle in età da marito per attirare i giovanotti, possibili partiti da matrimonio".

Oltre a queste notizie, a questi dettagli, la succitata pubblicazione fa riferimento ad altre fonti storiche precedenti, riguardanti sempre lo stesso argomento. Ad esempio, viene ripreso il testo di Francesco Mastrogiacomo: "Gravina e le sue traduzioni", Gurrado, Gravina, 1973. "Sono quadrati di tela tesi per i 4 capi da corde, lungo le antiche strade a gradoni che portano alla chiesa di S. Michele. Da essi, a mò di ornamento, pendono fazzoletti di seta, vestaglie ricamate, sciarpe, borse ecc…". Tra l'altro, il compianto professore Mastrogiacomo, nel citato testo, pubblicando un dialogo a mò di copione teatrale, tra due persone che s'incontrano in occasione della festa: "La feste de Sante Michèle le grutte a Gravina", uno dei due personaggi descrive la festa e "le ballune" con le seguenti parole: "Stajne certe davere belle: fazzelijtte de sete, sciarpe, borsette, scolle, vestaglie arricamate. Ma se vedaje ca menz'a chidde robbe jerne chiù le robbe de l'Amereche".

E' sempre Granieri che ci riporta ad altre fonti, come quella di Giovanni Colasuonno, il quale nel suo "Dizionario dei dialetti pugliesi, con ampi cenni sul folclore", Vol. I, Grumo Appula, 1991, li definisce semplicemente "addobbo di balconi". A queste definizioni bisogna aggiungere la esauriente descrizione contenuta nel testo di Anna Maria Tripputi: "I luoghi del sacro dal Gargano al Capo di Leuca", Schena, Fasano, 2000. L'autrice, nell'occuparsi di questi addobbi festivi, non potendo fare a meno della loro eccezionalità, scrive: "Di difficile connessione con le modalità del culto garganico, a meno che non si pensi al potere apotropaico e protettivo della pietra della sacra cava, è invece la festa in onore di san Michele, che anche a Gravina si svolge l'8 maggio. Per le strade vengono infatti esposti abiti cerimoniali, da sposa e da battesimo, chiamati in dialetto gravinese "ballune", che si ritengono carichi di influssi benefici proprio perché indossati in momenti particolarmente importanti e quasi sacrali della vita. Toccarli o essere sfiorati dal loro ondeggiare nel vento vuol dire diventare immuni dal male"
A questa lunga spiegazione storica e sociologica, purtroppo, la studiosa è incappata in qualche piccola e perdonabile approssimazione, tanto che Granieri si è affrettato a precisare: "si tratta non proprio di lenzuoli, ma di coperte o copriletto, detti "cultre", coltri, le più belle e pregiate, in seta, velluto, ciniglia ed altre stoffe, spesso damascate, con frange e ricami, di valori colori, comunque allegri e sgargianti.

Per concludere, riprendendo il testo del professore Granieri, non possiamo non descrivere, con una certa precisione, altri oggetti che facevano parte dell'apparato e del parato festivo, soprattutto in tempi più lontani da noi, quando c'erano: "lampade a petrolio, macinacaffè, scialli fazzoletti colorati, un cestino di vimini, un piccolo aratro, abiti da neonato, da battesimo (cuffietta, grembiulino d'organza, sacchetto per contenere il bambino in fasce, federe per il cuscino su cui trasportarlo in chiesa, il quadro di san Michele, abiti femminili bianchi della prima Comunione, mutande femminili, reggiseni, corsetti, veli, sottane, abiti bianchi da sposa e mutande ricamate usate per la prima notte di nozze, veli, mantelline. Non potevano mancare gli abiti nuziali femminili della tradizione, come il corsetto e il cosiddetto "pannarulo", copri spalle rettangolare di stoffa imbottita, di color purpureo, che la sposa indossava per il giorno delle nozze".
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  • Giuseppe Massari
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