Fondazione Santomasi, Mario Conca: basta con il bancomat della politica
nota stampa del consigliere dei cittadini Gravinesi
martedì 27 ottobre 2026
La Fondazione Ettore Pomarici Santomasi al centro della nota stampa a firma del consigliere comunale dei Cittadini Gravinesi Mario Conca, che di seguito riportiamo per intero.
Il reportage pubblicato da Repubblica sulla Fondazione Ettore Pomarici Santomasi documenta una realtà che a Gravina non può più essere ignorata. Debiti accumulati negli anni, difficoltà economiche ormai strutturali, un patrimonio enorme che non riesce a garantire neppure la normale gestione dell'ente e il rischio concreto che una delle istituzioni culturali più importanti della nostra città venga progressivamente impoverita.
È una fotografia impietosa, ma purtroppo reale. E conferma molte delle questioni che denuncio da tempo.
La Fondazione possiede circa 240 ettari di terreni agricoli, oltre al Palazzo, al museo, alla biblioteca, all'archivio e a un patrimonio storico e artistico straordinario. Eppure per anni non è riuscita neppure a chiudere i bilanci in equilibrio. È una cosa che considero semplicemente assurda.
Ci sono famiglie di agricoltori che vivono dignitosamente con venti, quaranta o cinquanta ettari. Qui parliamo di circa 240 ettari e, nonostante questo patrimonio, abbiamo accumulato debiti, pignoramenti e difficoltà persino nel sostenere le spese ordinarie. Io non credo alla favola che 240 ettari possano produrre sistematicamente soltanto perdite. Se i conti sono questi, qualcuno nel tempo da questo sistema deve aver tratto vantaggio.
Non faccio oggi nomi e non attribuisco responsabilità individuali che devono essere documentate, ma voglio sapere chi ha guadagnato, attraverso quali rapporti, quali contratti e quali lavori, mentre la Fondazione accumulava debiti.
Va però precisata una cosa con altrettanta chiarezza.
La situazione debitoria che oggi soffoca la Santomasi è in larghissima parte una situazione pregressa, ereditata dall'attuale presidenza. Il professor Filippo Tarantino, per quanto mi consta, ha cercato in questi anni di mettere ordine nei conti, ridurre alcune esposizioni e tamponare una situazione già gravemente compromessa. Ma una massa debitoria di queste dimensioni non può essere risanata con la sola gestione corrente. Non si possono pagare contemporaneamente bollette, personale, manutenzioni, creditori, attività culturali e debiti accumulati negli anni senza risorse straordinarie e senza un serio piano di risanamento.
Continuando così il rischio non è soltanto quello di restare fermi. Il rischio è che il disastro finanziario diventi ancora più grande.
La politica ha molte responsabilità.
La Santomasi è stata troppo spesso trattata secondo il manuale Cencelli, come luogo nel quale sistemare equilibri, uomini e interessi. Il precedente Consiglio di amministrazione fu azzerato anticipatamente e da quella scelta nacquero contestazioni e ricorsi. La minoranza consiliare decise volutamente di non indicare il proprio rappresentante, perché non intendeva avallare un'operazione che riteneva illegittima e prevaricatrice.
Non fu una dimenticanza. Fu una scelta politica precisa.
E ancora oggi quella ferita non è stata ricomposta: la Fondazione continua ad avere un Consiglio di amministrazione incompleto, mentre i contenziosi sorti intorno a quelle nomine non hanno restituito certezza e stabilità all'ente. Una Fondazione azzoppata nella propria governance continua però a produrre debiti e, contemporaneamente, mette in enorme difficoltà chi in questi anni ha provato a restituirle prestigio. All'attuale presidente riconosco, infatti, l'impegno profuso nel tentativo di riportare la Santomasi al centro della vita culturale della città.
I Dialoghi della Murgia, l'ITS Academy, l'introduzione dell'agricoltura di precisione per aumentare la redditività dei terreni, gli incontri con personalità di rilievo nazionale e le numerose manifestazioni organizzate negli ultimi anni hanno provato a restituire alla Fondazione quella vocazione che era già nell'idea del barone Ettore Pomarici Santomasi. Una Fondazione che doveva occuparsi certamente delle proprie terre e delle proprie "culture", ma perché quelle risorse servissero a sostenere la CULTURA, la formazione, il merito e le opportunità per i giovani.
Quella era la visione. Il patrimonio doveva produrre ricchezza da restituire alla comunità attraverso conoscenza, studio, borse di studio e crescita. Troppo spesso, invece, è accaduto il contrario: il patrimonio si è impoverito, i debiti sono aumentati, sono state distribuite prebende e qualcuno, evidentemente, si è ingrassato mentre la Fondazione si indeboliva.
Oggi chi prova a riportarla alla sua missione originaria si trova perfino nella difficoltà di invitare personalità importanti perché mancano le risorse necessarie per pagare un viaggio, una stanza d'albergo o un pasto.
È mortificante.
Si può avere tutta la buona volontà del mondo, ma la cultura non si organizza con le buone intenzioni.
E qui entra in gioco un'altra responsabilità della politica. Una deliberazione del Consiglio comunale del 1990 prevede che il Comune destini ogni anno alla Fondazione almeno l'1% delle prime tre voci delle entrate di bilancio. Una previsione che avrebbe potuto garantire alla Santomasi risorse vicine ai 300 mila euro l'anno e che invece, nel tempo, non è stata rispettata nella sua reale portata.
Oggi il Comune riconosce alla Fondazione circa 142 mila euro l'anno, corrisposti in tranche mensili di poco meno di 12 mila euro. Una somma certamente importante, ma molto lontana da quella che deriverebbe dall'applicazione dell'1% e che oggi finisce per essere assorbita da una situazione debitoria costruita negli anni.
Ed è questo il paradosso più grande: il Comune continua a trasferire risorse ogni mese, ma una parte consistente di quelle risorse serve inevitabilmente a rincorrere debiti prodotti anche dalla gestione di un patrimonio agricolo che avrebbe dovuto garantire sostentamento alla Fondazione.
Due anni fa provai personalmente a intervenire durante la sessione di bilancio presentando un emendamento per dare attuazione concreta a quell'impegno.
Fu bocciato. Prima mi dissero che l'emendamento non era formulato correttamente. Poi che mancava la copertura finanziaria. Io continuo a pensare che il vero problema fosse un altro: una Fondazione economicamente autonoma è una Fondazione che ha meno bisogno di bussare alla porta della politica.
Ed è proprio questo il nodo. Per troppo tempo la Santomasi è stata tenuta nella condizione di dipendere dalla politica, anziché poter programmare liberamente la propria attività grazie a risorse certe. Un ente economicamente debole è più controllabile. Un ente autonomo è più libero.
E oggi raccogliamo i frutti di questo sistema.
Circa cinquanta ettari di terreni della Fondazione risultano coinvolti in una procedura esecutiva a fronte di un credito ormai nell'ordine di circa mezzo milione di euro vantato da chi negli anni ha lavorato i terreni. Cinquecentomila euro circa di debiti e una cinquantina di ettari di patrimonio finiti sotto pignoramento.
Anche su questo voglio chiarezza. Come si è formato quel credito? Quali lavori sono stati effettuati? Chi li ha autorizzati? Con quali prezzi? Con quali controlli? Quali somme sono state pagate nel tempo e quali no? Come può un credito crescere fino a raggiungere quasi mezzo milione di euro senza che nessuno intervenga prima? E ancora: come sono stati affidati negli anni i lavori e la conduzione dei terreni? Perché per un periodo così lungo la gestione sarebbe rimasta concentrata sostanzialmente nelle mani di un solo conduttore? Quali regole disciplinavano la scelta dei soggetti chiamati a lavorare quelle terre? Era prevista una pluralità di conduttori? Se sì, perché quelle regole non sarebbero state applicate? Chi ha assunto queste decisioni e sulla base di quali atti?
Non mi basta sapere che oggi esiste un creditore. Voglio sapere come siamo arrivati fin qui.
Perché alcune persone e alcuni rapporti economici sembrano sopravvivere ai Consigli di amministrazione e alle amministrazioni comunali, mentre i debiti rimangono alla Fondazione e quindi alla città. La Santomasi non può essere una lavatrice della politica, una sponda per clientele o un contenitore nel quale scaricare costi e lasciare che qualcun altro ne raccolga i benefici. Deve tornare ad essere ciò per cui il barone la volle: patrimonio dei gravinesi.
Per questo chiederò formalmente una ricostruzione completa dei debiti, della gestione dei terreni, dei contratti, dei lavori eseguiti, dei criteri con cui sono stati scelti i conduttori, delle somme incassate e pagate, della vicenda del pignoramento e dei contributi comunali mai corrisposti nella misura prevista.
Se tutto è stato gestito correttamente, saranno i documenti a dimostrarlo. Se invece qualcuno ha tratto vantaggio da questo sistema mentre la Fondazione si impoveriva, è giusto che la città lo sappia.
La Santomasi ha bisogno di conti puliti, di un Consiglio di amministrazione pienamente legittimato, di risorse certe e soprattutto di essere finalmente liberata dalla politica.
Non salvata dalla politica.
Liberata dalla politica.
Mario Conca
Consigliere comunale
Cittadini Gravinesi
Il reportage pubblicato da Repubblica sulla Fondazione Ettore Pomarici Santomasi documenta una realtà che a Gravina non può più essere ignorata. Debiti accumulati negli anni, difficoltà economiche ormai strutturali, un patrimonio enorme che non riesce a garantire neppure la normale gestione dell'ente e il rischio concreto che una delle istituzioni culturali più importanti della nostra città venga progressivamente impoverita.
È una fotografia impietosa, ma purtroppo reale. E conferma molte delle questioni che denuncio da tempo.
La Fondazione possiede circa 240 ettari di terreni agricoli, oltre al Palazzo, al museo, alla biblioteca, all'archivio e a un patrimonio storico e artistico straordinario. Eppure per anni non è riuscita neppure a chiudere i bilanci in equilibrio. È una cosa che considero semplicemente assurda.
Ci sono famiglie di agricoltori che vivono dignitosamente con venti, quaranta o cinquanta ettari. Qui parliamo di circa 240 ettari e, nonostante questo patrimonio, abbiamo accumulato debiti, pignoramenti e difficoltà persino nel sostenere le spese ordinarie. Io non credo alla favola che 240 ettari possano produrre sistematicamente soltanto perdite. Se i conti sono questi, qualcuno nel tempo da questo sistema deve aver tratto vantaggio.
Non faccio oggi nomi e non attribuisco responsabilità individuali che devono essere documentate, ma voglio sapere chi ha guadagnato, attraverso quali rapporti, quali contratti e quali lavori, mentre la Fondazione accumulava debiti.
Va però precisata una cosa con altrettanta chiarezza.
La situazione debitoria che oggi soffoca la Santomasi è in larghissima parte una situazione pregressa, ereditata dall'attuale presidenza. Il professor Filippo Tarantino, per quanto mi consta, ha cercato in questi anni di mettere ordine nei conti, ridurre alcune esposizioni e tamponare una situazione già gravemente compromessa. Ma una massa debitoria di queste dimensioni non può essere risanata con la sola gestione corrente. Non si possono pagare contemporaneamente bollette, personale, manutenzioni, creditori, attività culturali e debiti accumulati negli anni senza risorse straordinarie e senza un serio piano di risanamento.
Continuando così il rischio non è soltanto quello di restare fermi. Il rischio è che il disastro finanziario diventi ancora più grande.
La politica ha molte responsabilità.
La Santomasi è stata troppo spesso trattata secondo il manuale Cencelli, come luogo nel quale sistemare equilibri, uomini e interessi. Il precedente Consiglio di amministrazione fu azzerato anticipatamente e da quella scelta nacquero contestazioni e ricorsi. La minoranza consiliare decise volutamente di non indicare il proprio rappresentante, perché non intendeva avallare un'operazione che riteneva illegittima e prevaricatrice.
Non fu una dimenticanza. Fu una scelta politica precisa.
E ancora oggi quella ferita non è stata ricomposta: la Fondazione continua ad avere un Consiglio di amministrazione incompleto, mentre i contenziosi sorti intorno a quelle nomine non hanno restituito certezza e stabilità all'ente. Una Fondazione azzoppata nella propria governance continua però a produrre debiti e, contemporaneamente, mette in enorme difficoltà chi in questi anni ha provato a restituirle prestigio. All'attuale presidente riconosco, infatti, l'impegno profuso nel tentativo di riportare la Santomasi al centro della vita culturale della città.
I Dialoghi della Murgia, l'ITS Academy, l'introduzione dell'agricoltura di precisione per aumentare la redditività dei terreni, gli incontri con personalità di rilievo nazionale e le numerose manifestazioni organizzate negli ultimi anni hanno provato a restituire alla Fondazione quella vocazione che era già nell'idea del barone Ettore Pomarici Santomasi. Una Fondazione che doveva occuparsi certamente delle proprie terre e delle proprie "culture", ma perché quelle risorse servissero a sostenere la CULTURA, la formazione, il merito e le opportunità per i giovani.
Quella era la visione. Il patrimonio doveva produrre ricchezza da restituire alla comunità attraverso conoscenza, studio, borse di studio e crescita. Troppo spesso, invece, è accaduto il contrario: il patrimonio si è impoverito, i debiti sono aumentati, sono state distribuite prebende e qualcuno, evidentemente, si è ingrassato mentre la Fondazione si indeboliva.
Oggi chi prova a riportarla alla sua missione originaria si trova perfino nella difficoltà di invitare personalità importanti perché mancano le risorse necessarie per pagare un viaggio, una stanza d'albergo o un pasto.
È mortificante.
Si può avere tutta la buona volontà del mondo, ma la cultura non si organizza con le buone intenzioni.
E qui entra in gioco un'altra responsabilità della politica. Una deliberazione del Consiglio comunale del 1990 prevede che il Comune destini ogni anno alla Fondazione almeno l'1% delle prime tre voci delle entrate di bilancio. Una previsione che avrebbe potuto garantire alla Santomasi risorse vicine ai 300 mila euro l'anno e che invece, nel tempo, non è stata rispettata nella sua reale portata.
Oggi il Comune riconosce alla Fondazione circa 142 mila euro l'anno, corrisposti in tranche mensili di poco meno di 12 mila euro. Una somma certamente importante, ma molto lontana da quella che deriverebbe dall'applicazione dell'1% e che oggi finisce per essere assorbita da una situazione debitoria costruita negli anni.
Ed è questo il paradosso più grande: il Comune continua a trasferire risorse ogni mese, ma una parte consistente di quelle risorse serve inevitabilmente a rincorrere debiti prodotti anche dalla gestione di un patrimonio agricolo che avrebbe dovuto garantire sostentamento alla Fondazione.
Due anni fa provai personalmente a intervenire durante la sessione di bilancio presentando un emendamento per dare attuazione concreta a quell'impegno.
Fu bocciato. Prima mi dissero che l'emendamento non era formulato correttamente. Poi che mancava la copertura finanziaria. Io continuo a pensare che il vero problema fosse un altro: una Fondazione economicamente autonoma è una Fondazione che ha meno bisogno di bussare alla porta della politica.
Ed è proprio questo il nodo. Per troppo tempo la Santomasi è stata tenuta nella condizione di dipendere dalla politica, anziché poter programmare liberamente la propria attività grazie a risorse certe. Un ente economicamente debole è più controllabile. Un ente autonomo è più libero.
E oggi raccogliamo i frutti di questo sistema.
Circa cinquanta ettari di terreni della Fondazione risultano coinvolti in una procedura esecutiva a fronte di un credito ormai nell'ordine di circa mezzo milione di euro vantato da chi negli anni ha lavorato i terreni. Cinquecentomila euro circa di debiti e una cinquantina di ettari di patrimonio finiti sotto pignoramento.
Anche su questo voglio chiarezza. Come si è formato quel credito? Quali lavori sono stati effettuati? Chi li ha autorizzati? Con quali prezzi? Con quali controlli? Quali somme sono state pagate nel tempo e quali no? Come può un credito crescere fino a raggiungere quasi mezzo milione di euro senza che nessuno intervenga prima? E ancora: come sono stati affidati negli anni i lavori e la conduzione dei terreni? Perché per un periodo così lungo la gestione sarebbe rimasta concentrata sostanzialmente nelle mani di un solo conduttore? Quali regole disciplinavano la scelta dei soggetti chiamati a lavorare quelle terre? Era prevista una pluralità di conduttori? Se sì, perché quelle regole non sarebbero state applicate? Chi ha assunto queste decisioni e sulla base di quali atti?
Non mi basta sapere che oggi esiste un creditore. Voglio sapere come siamo arrivati fin qui.
Perché alcune persone e alcuni rapporti economici sembrano sopravvivere ai Consigli di amministrazione e alle amministrazioni comunali, mentre i debiti rimangono alla Fondazione e quindi alla città. La Santomasi non può essere una lavatrice della politica, una sponda per clientele o un contenitore nel quale scaricare costi e lasciare che qualcun altro ne raccolga i benefici. Deve tornare ad essere ciò per cui il barone la volle: patrimonio dei gravinesi.
Per questo chiederò formalmente una ricostruzione completa dei debiti, della gestione dei terreni, dei contratti, dei lavori eseguiti, dei criteri con cui sono stati scelti i conduttori, delle somme incassate e pagate, della vicenda del pignoramento e dei contributi comunali mai corrisposti nella misura prevista.
Se tutto è stato gestito correttamente, saranno i documenti a dimostrarlo. Se invece qualcuno ha tratto vantaggio da questo sistema mentre la Fondazione si impoveriva, è giusto che la città lo sappia.
La Santomasi ha bisogno di conti puliti, di un Consiglio di amministrazione pienamente legittimato, di risorse certe e soprattutto di essere finalmente liberata dalla politica.
Non salvata dalla politica.
Liberata dalla politica.
Mario Conca
Consigliere comunale
Cittadini Gravinesi