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Dal video-game al maxi schermo: arriva "Prince of Persia"

Il film ci riporta nella Persia del VI secolo

Nella Persia del sesto secolo, il principe Dastan deve impedire a un nobile malvagio di impossessarsi delle sabbia del tempo, un dono degli dei che può invertire il tempo e permette a chi lo possiede di dominare il mondo. "Prince of Persia" basato su uno dei più famosi videogiochi in circolazione la cui prima edizione risale al 1989, si rivela, fin dalle primissime scene, come un'operazione commerciale che non ha un centro ben preciso, sia estetico che tanto meno narrativo.

Tuttavia ci sono motivazioni che possono spingere lo spettatore ad avvicinarsi a questa pellicola. Il primo è Mike Newell che, sì ha diretto Harry Potter ma che è soprattutto il regista di «Quattro matrimoni e un funerale», è milioni di anni luce lontano dalle atmosfere - a metà tra lo storico e il fantasy - di questa storia d'ambientazione persiana. Il secondo è Jake Gyllenhaal, che ci ha abituato a ruoli di tutt'altro genere, qui deve fare i conti con l'azione e con i muscoli. La critica però non risparmia gli altri protagonisti del cast: a partire da Gemma Arterton definita legnosa ed imbambolata per finire a Ben Kingsley che ormai sta involontariamente diventando la caricatura del personaggio che si è costruito addosso nel corso di una carriera decennale.

Certo, non ci si deve aspettare il film d'essai. «Prince of Persia» è e vuole essere un'opera d'intrattenimento: un modo per passare due ore senza troppi pensieri (anche se qualche riferimento politico «pesante» c'è: il casus belli sono presunte armi nascoste che in realtà non esistono...) salendo su una sorta di ottovolante che promette azione e sorprese.
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