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Monsignor Giuseppe Vairo, un servo di Dio che amò Gravina

Fu vescovo della nostra città negli anni '60

Chiesto l'avvio del processo di beatificazione.


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FRANCESCO MASTROMATTEO
Venerdì 17 Agosto 2012 ore 16.10

Sono passati poco più di undici anni, da quando, il 25 luglio 2001, terminava l'esperienza terrena di monsignor Giuseppe Vairo, vescovo della nostra città tra l'inizio degli anni '60 e quello degli anni '70. Calabrese di nascita, già arcivescovo metropolita della diocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, fu per otto anni vescovo dell'allora diocesi di Gravina–Irsina, nonché amministratore apostolico della Diocesi di Acerenza, per poi diventarne arcivescovo. Sempre in Basilicata, fu anche vescovo di Melfi-Rapolla–Venosa e successivamente resse la diocesi di Tricarico, oltre a ricoprire per un breve periodo la carica amministratore apostolico della Chiesa particolare di Matera.

Uomo di chiesa di apprezzate qualità pastorali e notevoli competenze dottrinali, monsignor Vairo si fece conoscere e amare dalla comunità cristiana del nostro territorio sia per le sue doti spirituali che per quelle umane, come in occasione del tremendo terremoto del 23 novembre 1980. Teologo profondo, partecipò al Concilio Vaticano II, intervenendo alla storica assise con notevole competenza, come dimostrano i suoi scritti, riportati da Giuseppe Massari nel suo volume "Giuseppe Vairo, il mio vescovo". Nel 1967 toccò proprio a Vairo promuovere le missioni parrocchiali e poi cittadine con i padri Passionisti e Redentoristi, che culminarono nella celebrazione del congresso eucaristico. In occasione del suo 25° anniversario di ordinazione sacerdotale, di lui papa Wojtila scrisse: "Tu sei stato luce nella caligine, aiuto ai provati dalla tragedia, speranza a chi disperava. Hai partecipato agli affanni dei sofferenti, hai incoraggiato gli sfiduciati e gli avviliti, hai soccorso i bisognosi, come buon samaritano per coloro che erano stati in qualsiasi modo colpiti". Lo stesso pontefice, il 16 giugno del 1990, occasione del 50° di sacerdozio del presule potentino, in un'altra lettera di auguri, così si esprimeva: "Per dirla in breve, godiamo che sei stato decoro e luce del sacerdozio e dell'episcopato; che con l'esempio della tua vita hai insegnato ai sacerdoti come camminare per le vie del Signore, come esercitare il ministero; che ai fedeli hai mostrato di esserti fatto servo per guadagnare molti".

A monsignor Vairo, ora, è dedicata anche la raccolta "Atti preliminari per l'inchiesta diocesana nelle sue diocesi", curata da don Giustino D'Addezio, presidente del capitolo Cattedrale di Muro Lucano e tra i più stretti collaboratori del presule, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Una ricerca accompagnata da una lettera indirizzata a tutti i vescovi delle diocesi legate strettamente all'azione pastorale di monsignor Vairo, compresa quella gravinese, con la quale viene avanzato l'invito ad aprire l'inchiesta diocesana sulla vita, sulle virtù eroiche e sulla fama di santità di monsignor Giuseppe Vairo.

Pinuccio il 17 agosto alle 16.06
Di questo vescovo, di cui molti beneficiati si sono dimenticati, non vanno tessute le lodi, ma ricordato per il suo zelo stampato sul volto; per la sua povertà domestica, familiare e francescana trasparente e visibile nel suo agire quotiano. Per lui va incoraggiata la santità senza riserve. A lui bisogna riconoscere i gradini dell'aureola, della gloria e della gioia, dopo i mesi e gli anni di sofferenza vissuti a contatto con le miserie del terremoto che colpì, nel 1980, la sua Diocesi, soprattutto le città di Balvano, Muro Lucano e Potenza; con la indigenza e i disagi delle ferite del martirio impresse sul viso, che non hanno scalfito la fede, il coraggio, la dinamicità della fede e della cristiana rassegnazione. Egli fu padre, pastore e fratello. Amò molto questa città, i suoi preti. L'amò fino allo spasimo, fino alla sofferenza, quando seppe dello scippo che subimmo, il 1986, con la perdità della centralità diocesana. lui che si era speso perchè Gravina conservasse quel ruolo centrale nell'ambito di unanascente Diocesi della Murgia, di cui lui, era stato l'ispiratore. Da questa città, come sempre capita, non fu ripagato, ma lui, ciononostante, nel suo testamento spirituale, scritto quattro anni prima del suo trapasso, "consegnò", o "restituì" il regalo che aveva ricevuto in dono il giorno del suo ingresso: un calice d'oro, oggi patrimonio del Museo diocesano di Gravina. Un santo subito, vero, di cui la Chiesa ha bisogno. Un santo autentico di cui la Chiesa non dovrebbe privarsi.Un santo di cui la Chiesa dovrebbe essere fiera di annoverare fra i mistici del suo tempo.
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